Informazione giuridica

Condannato a 1 anni e 8 mesi di reclusione per molestie su autobus ma la Cassazione riapre il caso perché dubita delle dichiarazioni della vittima

Un Uomo veniva condannato alla reclusione di un anno e otto mesi per aver “costretto, agendo in modo repentino, la sig.ra T. S. a subire, contro la di lei volontà, il reiterato strofinamento dei suo pene in erezione contro i glutei della donna mentre viaggiavano su un mezzo pubblico di trasporto; il fatto è

contestato come commesso in Roma il 10/01/2013”.

Ma la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza ritenendo che non vi fosse prova delle accuse anche perché, ha ribadito la Suprema Corte “al pari di qualsiasi altra testimonianza, anche quella della vittima di abusi sessuali è sorretta da una presunzione di veridicità secondo la quale il giudice, pur essendo tenuto a valutarne criticamente il contenuto, verificandone l'attendibilità, non può assumere come base del proprio convincimento l'ipotesi che il teste riferisca scientemente il falso (salvo che sussistano specifici e riconoscibili elementi atti a rendere fondato un sospetto di tal genere, in assenza dei quali egli deve presumere che il dichiarante, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza) (così, da ultimo, Sez. 4, n. 6777 del 24/01/2013, Grassidonio, Rv. 255104; cfr. anche Sez. 6, n. 7180 del 12/12/2003, Mellini, Rv. 228013 e Sez. 4, n. 35984 del 10/10/2006, Montefusco, Rv. 234830, secondo le quali «in assenza di siffatti elementi, il giudice deve presumere che il teste, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza e deve perciò limitarsi a verificare se sussista o meno incompatibilità fra quello che il teste riporta come vero, per sua diretta conoscenza, e quello che emerge da altre fonti di prova di eguale valenza > > ).

Allorquando questi elementi di sospetto si traducano in specifici motivi di impugnazione avverso la sentenza di condanna, la Corte di appello non può sottrarsi al dovere di esaminarli limitandosi ad affermare puramente e semplicemente che la vittima non aveva motivo per dire il falso, perché è evidente la carenza di motivazione su questioni devolute e rilevanti ai fini del decidere”.

In particolare, la condanna era stata fondata “proprio sul racconto della persona offesa senza però affrontare nemmeno una delle pur numerose questioni poste dall'imputato sulla credibilità di quest'ultima”.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 19 maggio – 16 settembre 2016, n. 38496 - Presidente Fiale – Relatore Aceto

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