Informazione giuridica

I FIGLI AFFETTI DALLA SINDROME DI DOWN HANNO IL DIRITTO DI ESSERE AMATI E NON QUELLO, ASSURDO, A NON NASCERE SE NON SANI.

una coppia di genitori citava per richiedere il risarcimento dei danni il primario di ginecologia presso un ospedale nonchè la direzione generale dell'Azienda Usl ed il primario del laboratorio delle analisi chimiche microbiologiche del predetto ospedale, che la signora aveva partorito una bambina risultata affetta da sindrome di Down. Sostenevano i genitori che avevano richiesto ed ottenuto esami ematochimici a scopo di indagine diagnostica prenatale, proprio al fine di identificare tale eventuale patologia. Il primario di ginecologia inviava la paziente al parto, omettendo

secondo i genitori, colposamente, ulteriori approfondimenti, resi necessari dai valori non corretti risultanti dagli esami. Lo stesso primario negava la propria responsabilità, assumendo che i risultati degli esami non erano tali da indurre al sospetto della sindrome di Down nel feto. I genitori chiedevano, anche, il risarcimento dei danni per la "negazione del diritto del figlio, affetto dalla sindrome di Down, al risarcimento del danno per l'impossibilità di un'esistenza sana e dignitosa". Al proposito la Corte di Cassazione ha chiarito che questo deve evitarsi " il rischio di una reificazione dell'uomo, la cui vita verrebbe ad essere apprezzabile in ragione dell'integrità psico-fisica: deriva eugenica, certamente lontanissima dalla teorizzazione dottrinaria del c.d. diritto di non nascere, ma che pure ha animato, ad es., il dibattito oltralpe, provocando reazioni nella sensibilità dell'associazionismo rappresentativo dei soggetti handicappati, anteriormente all'approvazione della legge Kouchner sopra citata. Ed una chiara negazione che la vita di un bambino disabile possa mai considerarsi un danno - sul presupposto implicito che abbia minor valore di quella di un bambino sano - è pure contenuta nella sentenza 28 maggio 1993 della Corte Costituzionale federale tedesca (BVerfGE 88, 203). Per superare gli ostacoli frapposti all'affermazione al supposto diritto a non nascere se non sano - ignoto al vigente ordinamento - i ricorrenti prospettano, altresì, nell'ambito del secondo motivo, una concorrente ragione di danno da valutare sotto il profilo dell'inserimento del nato in un ambiente familiare nella migliore delle ipotesi non preparato ad accoglierlo. Al riguardo, occorre notare, in via preliminare, che di tale allegazione non v'è traccia nella sentenza impugnata; onde, si deve ritenere, in difetto di critica specifica alla sua mancata disamina, che essa sia formulata per la prima volta nel presente ricorso per cassazione. E tuttavia, essa non è, perciò stesso, inammissibile, risolvendosi in una mera argomentazione, volta dare fondamento alla medesima domanda, invariata nei suoi elementi essenziali costitutivi, svolta ab initio: come tale, immune da preclusioni. Nel merito, essa si rivela peraltro un mimetismo verbale del c.d. diritto a non nascere se non sani; e va quindi incontro alla medesima obiezione dell'incomparabilità della sofferenza, anche da mancanza di amore familiare, con l'unica alternativa ipotizzabile, rappresentata dell' interruzione della gravidanza. Si deve dunque ritenere che l'argomentazione, se vale a confutare la tesi, peraltro già respinta, della irrisarcibilità di un danno senza soggetto non ancora nato al momento della condotta dalla colposa del medico (c.d. diritto adespota), si palesa del tutto inidonea, per contro, a sormontare l'impossibilità di stabilire un nesso causale tra quest'ultima e le sofferenze psicofisiche cui il figlio è destinato nel corso la sua vita. Oltre al fatto di postulare un irruzione del diritto in un campo da sempre rimastogli estraneo, mediante patrimonializzazione dei sentimenti, in una visione panrisarcitoria dalle prospettive inquietanti".

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 22-12-2015, n. 25767

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