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LA MOGLIE FA LO “SCIOPERO DEL SESSO” E LUI SI TROVA UN’ALTERNATIVA E SCAPPA CON L’AMANTE. NIENTE ADDEBITO!!!

Una moglie è ricorsa sino alla Corte di Cassazione per vedere addebitare la colpa della separazione a suo marito per il presunto abbandono del tetto coniugale. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso così dando seguito a quanto già statuito dalla Corte d'appello dell'Aquila il 21 febbraio 2012. Quest’ultima, infatti, aveva negato l’accertamento dell’abbandono del tetto coniugale dopo aver ascoltato le dichiarazioni dell'uomo che aveva spiegato di «essere andato via di casa perché la situazione familiare non era più sopportabile e che dalla nascita del figlio non vi erano stati più rapporti sessuali tra i coniugi». Un vero e proprio “sciopero del sesso” quello attuato dalla moglie, confermato anche dalla sorella del marito e mai smentita dalla diretta interessata. La Corte di Cassazione, quindi, ha ribadito come “L'obbligo di fedeltà coniugale costituisce oggetto di una norma di condotta imperativa, la cui violazione, specie se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, determina normalmente l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza e costituisce, di regola, causa della separazione personale, addebitabile al coniuge che ne è responsabile, sempre che non si constati la mancanza di un nesso di causalità tra l'infedeltà e la crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso e una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, da cui risulti la preesistenza di una rottura già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale (Cass. Civ. sezione 1^ n. 13592 del 12 giugno 2006). L'abbandono della casa familiare, che di per sè costituisce violazione di un obbligo matrimoniale e, conseguentemente, causa di addebito della separazione, in quanto porta alla impossibilità della convivenza, non concreta tale violazione se si provi - e l'onere incombe a chi ha posto in essere l'abbandono - che esso è stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge, ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata, ed in conseguenza di tale fatto (Cass. civ. sezione 1^ n. 10719 dell'8 maggio 2013 e n. 12373 del 10 giugno 2005). La Corte di appello ha ritenuto la domanda di addebito infondata alla luce di questi precedenti giurisprudenziali consolidati e del più generale principio secondo cui grava sulla parte che richieda, per l'inosservanza degli obblighi familiari, l'addebito della separazione all'altro coniuge l'onere di provare la relativa condotta e la sua efficacia causale nel rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza, mentre, è onere di chi eccepisce l'inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi dell'infedeltà nella determinazione dell'intollerabilità della convivenza, provare le circostanze su cui l'eccezione si fonda, vale a dire l'anteriorità della crisi matrimoniale all'accertata violazione del dovere derivante dal matrimonio (cfr. Cass. civ. sezione 1^, n. 2059 del 14 febbraio 2012). La Corte distrettuale ha infatti ritenuto provata la circostanza, dedotta dal T. e riferita de relato dall'unica teste, escussa (sorella del T.) e non smentita dalla C., della fine dei rapporti sessuali fra i coniugi sin dal nascita del figlio avvenuta nel 2000. La Corte ha inoltre valorizzato le dichiarazioni della C. circa la volontà unilaterale del T. di separarsi (attuata poi con la proposizione del ricorso giudiziale) a fronte di una sua volontà riconciliativa manifestata anche dopo l'allontanamento dalla residenza familiare e la conoscenza della relazione extra-coniugale del marito. Si tratta di una motivazione, coerente ai principi giurisprudenziali sopra richiamati, congrua dal punto di vista logico e non smentita da altri elementi di prova addotti dalla C. che possano escludere la preesistenza di una situazione di esaurimento della comunità morale e affettiva fra i coniugi cui attribuire la intollerabilità della prosecuzione della convivenza. In tale contesto appare coerente anche la motivazione relativa al rigetto della domanda di risarcimento del danno non patrimoniale” Cass. civ. Sez. VI - 1, Ord., 05-02-2014, n. 2539

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