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MA CHE C’ENTRA SALVINI CON L’ARRESTO DI CAROLA?

Al di là degli aspetti emozionali e umanitari della vicenda, sotto un profilo giuridico la Capitana Carola è stata tratta in arresto con l’accusa di aver violato l’art. 1100 del Codice della Navigazione che così recita “Il comandante o l'ufficiale della nave, che commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale, è punito con la reclusione da tre

a dieci anni. La pena per coloro che sono concorsi nel reato è ridotta da un terzo alla metà”.

La Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare che “Ricorre l'ipotesi criminosa prevista dall'art. 6 l. 13 dicembre 1956 n. 1409, che commina le pene stabilite dall'art. 1100 del c. nav. per la commissione di "atti di resistenza o di violenza contro un'unità di naviglio della Guardia di finanza", allorchè, facendo uso di un motoscafo, si realizzi un'opposizione tesa a contrastare le manovre di inseguimento. Per integrare il reato è sufficiente la minaccia di determinare collisione tra natanti, che si manifesta nel comportamento di guida che costringa l'unità inseguitrice ad effettuare improvvise, rapide e rischiose manovre per evitare collisioni. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, accertato in fatto che il mezzo contrabbandiere, per sottrarsi alla cattura, con improvvise virate e accelerate, ponendosi innanzi ai mezzi militari per impedire l'abbordaggio con spericolate manovre a zig-zag, aveva persino cagionato una falla ad uno dei natanti della Guardia di finanza, la S.C. ha osservato che non si è trattato di semplice fuga che non costituisce resistenza, come preteso dal ricorrente, ma di comportamento minaccioso per indurre la Guardia di finanza a desistere dall'inseguimento)” (cfr. Cass. pen. Sez. III, 17/05/1995, n. 9789).

In altra sentenza è stato chiarito che “la materialità del delitto è integrata anche dalla c.d. resistenza impropria, la quale, pur non aggredendo direttamente la persona fisica del pubblico ufficiale, comunque impedisce od ostacola l'esercizio della sua pubblica funzione. Quello concreto è un tipico caso di scuola di resistenza impropria, in cui il soggetto agente, per sfuggire all'alt impostogli dal pubblico ufficiale, dirige il proprio mezzo (marittimo o terrestre) contro il mezzo (marittimo o terrestre) adoperato dal pubblico ufficiale per l'esercizio della sua funzione. Se ne deve concludere che oggetto giuridico del delitto di cui all'art. 337 c.p., più che la libertà fisica del pubblico ufficiale è la libertà di esercizio della funzione pubblica contro ogni intralcio od ostacolo. Questa si configura come genus rispetto alla libertà di esercizio della funzione di polizia marittima, che è oggetto giuridico del delitto di cui all'art. 1100 c.n., la quale assume connotati specifici appunto perchè è una funzione di polizia (modalità particolare di esercizio dello jus imperi) e si svolge in un ambiente come quello marino, nel quale è materialmente più facie eluderla od ostacolarla” (cfr. Cassazione penale, Sez. III, 21 settembre 2006, n° 31403).

Occorre evidenziare che nulla c’entrano le nuove norme promulgate dal governo con i così detti Decreti Sicurezza che hanno dato al Ministro dell’Interno il potere (potere che dovrà essere sottoposto al vaglio di costituzionalità) di fermare queste navi, in queste situazioni, ma che in questo caso è un potere che non è stato esercitato. 

Luca Volpe