Informazione giuridica

MAESTRO CONDANNATO PER UNO "SCAPPELLOTTO" AD UN ALUNNO: RECLUSIONE!!!

Un maestro è stato condannato a due mesi di reclusione per uno scappellotto ad un suo alunno. La Corte di Cassazione ha avuto modo di chiarire che “ai fini della valutazione della condotta deve tenersi conto che nel rapporto tra insegnante e bambini affidati alle sue cure assume predominante rilievo il profilo educativo, rispetto al quale il bambino deve essere considerato non destinatario passivo di una semplice azione correttiva ma titolare di diritti, a cominciare da quello alla propria dignità, che implica in ogni caso un'azione volta a realizzare l'armonico sviluppo della sua personalità

(si rinvia a Cass. Sez. 6, n. 4904 del 18/3/1996, C., rv. 205033).

Ciò preclude in partenza ogni strumento che faccia leva sulla violenza, pur orientata a scopi educativi (Cass. Sez. 6, n. 4904 del 1996, C., cit.).

In realtà il perseguimento di una finalità correttiva o educativa è del tutto irrilevante, giacchè, proprio a fronte della peculiare qualità del destinatario del comportamento, deve considerarsi preclusa qualunque condotta che assuma in concreto il significato dell'umiliazione, della denigrazione, della violenza psicologica (Cass. Sez. 6, n. 34492 del 14/6/2012, V., rv. 253654), oltre che, come detto, della violenza fisica.

In tale prospettiva risulta all'evidenza erronea la prospettiva evocata nel ricorso circa la possibilità di far fronte anche ad uno scappellotto in situazioni particolari, che necessitino di un'azione volta a rafforzare la proibizione.

In ogni caso, diversamente da quanto prospettato dal ricorrente, anche al fine di legittimare una condotta incentrata - al più - sull'uso di atti di minima violenza fisica o morale, occorrerebbe la concreta allegazione della situazione che l'abbia giustificata, non potendosi muovere dal presupposto che una condotta siffatta possa in generale supporsi legittima, salva prova del contrario.

In tale prospettiva risulta adeguata l'imputazione, che fa leva sull'individuazione di condotte illecite e comunque esorbitanti, e al tempo stesso corretta l'operata sussunzione della condotta nella fattispecie ipotizzata.

I Giudici di merito infatti, come rilevato in precedenza, hanno attribuito all'imputata condotte consistite nel sottoporre in taluni casi i bambini affidabile a violenza fisiche, consistite in schiaffi o sberle o nel tirare loro con forza i capelli, o a violenze psicologiche o ancora a condotte umilianti, come il minacciarli dell'arrivo del diavoletto, nel costringerli a cantare o a mangiare, nel farli stare con la lingua fuori.

Tutto ciò deve considerarsi un abuso, riconducibile alla sfera di operatività dell'art. 571 cod. pen., a prescindere dalla metodologia utilizzata e dalle finalità perseguite, dovendosi ritenere che un siffatto comportamento ecceda ampiamente il limite dell'educazione rispettosa della dignità del bambino - che implica pur sempre l'esercizio del potere disciplinare con mezzi consentiti e proporzionati -, e trasmodi invece in comportamenti afflittivi dell'altrui personalità (si rinvia ancora a Cass. Sez. 6, n. 34492 del 2012, V., cit., nonchè a Cass. Sez. 6, n. 18289 del 16/2/2010, P.G., rv. 247367, secondo cui il reato di abuso di mezzi di correzione non ha natura di reato necessariamente abituale, sicchè può ritenersi integrato da un unico atto espressivo dell'abuso ovvero da una serie di comportamenti lesivi dell'incolumità fisica e della serenità psichica del minore che, mantenuti per un periodo di tempo apprezzabile e complessivamente considerati, realizzano l'evento, quale che sia l'intenzione correttiva o disciplinare del soggetto attivo).

D'altro canto deve ribadirsi che non è stata neppure allegata la ragione del concreto ricorso a siffatta metodologia correttiva in rapporto a specifiche situazioni devianti, non potendosi far generico riferimento al numero dei bambini affidati e presupporre che si trattasse di bimbi scalmanati, tali da imporre sistemi rigorosi: deve dunque oggettivamente apprezzarsi il dato fenomenico ed ontologico, che si risolve nella rappresentazione di condotte abusive, destinate a manomettere in primo luogo la personalità morale delle vittime, fermo restando che i Giudici di merito sulla base delle testimonianze acquisite hanno ricondotto quei comportamenti a situazioni prive di concreto allarme, quale, ad esempio, quella del rifiuto di sottostare all'imposizione prolungata del canto”

Cass. Pen., Sez. VI, 10 marzo 2016, n. 9954

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.

Ok