Informazione giuridica

TELEFONATE E MESSAGGI TELEFONICI INDESIDERATI: É STALKING! NON NECESSARIA PERIZIA MEDICA SULLA VITTIMA

Durante l’estate l’imputato aveva continuamente inviato alla vittima messaggi e fatto telefonate dal contenuto intimidatorio e offensivo, tanto da costringerla, in alcune giornate, a spegnere il cellulare. La vittima, tra l'altro, ha raccontato di una telefonata dell'imputato al quale fece seguito, fino a notte inoltrata, un “massacro”, un “continuo” di telefonate. La Corte di Cassazione ha avuto modo di ribadire che “La Corte di appello, sul punto, ha fatto buon governo del principio di diritto in forza del quale la prova dell'evento del delitto di atti persecutori, in riferimento alla causazione nella persona offesa di un grave e perdurante stato di ansia o di paura, deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dall'agente ed anche da quest'ultima, considerando tanto la sua astratta idoneità a causare l'evento, quanto il suo profilo concreto in riferimento alle effettive condizioni di luogo e di tempo in cui è stata consumata (Sez. 6, n. 50746 del 14/10/2014 - dep. 03/12/2014, P.C. e G, Rv. 261535): la sentenza impugnata, infatti, ha congruamente motivato l'attendibilità del racconto della vittima, che ha riferito dello stato di ansia, di paura, di terrore procuratole dalle reiterate condotte dell'imputato, mettendone in risalto, per un verso, la precisione, la serenità e la completezza nella ricostruzione dei fatti e, per altro verso, la conferma ricevuta da altre testimonianze, quali quelle di S.M. e di Si.Mi. , nonché quella di C.C.D. , padre dell'imputato: quest'ultima testimonianza - del tutto trascurata nella prospettazione critica del ricorrente - ha dato conto, tra l'altro, delle occasioni in cui lo stesso teste aveva preannunciato alla persona offesa che l'imputato si sarebbe recato presso di lei e delle reiterate telefonate offensive ricevute da Ca. . Nei termini sinteticamente indicati, la valutazione della Corte di appello circa l'attendibilità della persona offesa - ulteriormente confermata da elementi documentali quali la lettera inviata al fratello della Ca. - non è inficiata dai rilievi del ricorrente, che, oltre a far leva su un'incompleta ricostruzione del compendio probatorio, deducono, in buona sostanza, questioni di merito, sollecitando una rivisitazione esorbitante dai compiti del giudice di legittimità della valutazione operata dalla Corte distrettuale, con motivazione coerente con i dati probatori richiamati ed immune da vizi logici.

La sentenza impugnata, peraltro, ha valorizzato, nel giudizio di sussistenza dell'evento del reato in esame e della sua riconducibilità alle condotte persecutorie poste in essere dall'imputato, elementi ulteriori rispetto alle dichiarazioni della vittima; da una parte, gli stessi comportamenti della persona offesa conseguiti alla condotta dell'agente, comportamenti consistiti sia nel rivolgersi a uno psichiatra per fronteggiare lo stato di prostrazione psicologica in cui versava, sia nel reiterato ricorso ai Carabinieri; dall'altra, l'idoneità della condotta dell'imputato a causare inevitabilmente, secondo logica e comune esperienza, una grave alterazione dell'equilibrio psicologico della vittima.

A fronte dell'articolata motivazione offerta dalla Corte di merito circa la sussistenza, nel caso di specie, dell'evento del delitto di atti persecutori, le censure del ricorrente investono il mancato espletamento di una perizia medica, laddove, secondo l'insegnamento della giurisprudenza di questa Corte, deve escludersi la necessità, ai fini della prova dello stato d'ansia o di paura denunciato dalla vittima del reato, del ricorso a una perizia medica (Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014 - dep. 08/05/2014, C e altro, Rv. 260412). Quanto alle dichiarazioni del medico V. - oggetto anche di parte delle doglianze articolate con il secondo motivo - il ricorso reitera la ricostruzione del contenuto della sua testimonianza già esaminata e disattesa dal giudice di appello, avendo il sanitario descritto uno stato ansioso della vittima oggettivamente rilevabile, una condizione ansiosa accompagnata da stato di allerta continuo, rilievi, questi, che rendono ragione dell'infondatezza delle varie censure del ricorrente. Nel resto, le altre deduzioni articolate dal motivo in esame (in ordine, in particolare, alle dimissioni dalla carica di amministratore) risultano del tutto inidonee a disarticolare l'intero ragionamento svolto dal giudicante, determinando al suo interno radicali incompatibilità, così da vanificare o da rendere manifestamente incongrua o contraddittoria la motivazione (Sez. 1, n. 41738 del 19/10/2011 - dep. 15/11/2011, Pmt in proc. Longo, Rv. 251516)”.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 ottobre 2015 – 8 febbraio 2016, n. 5011 - Presidente Lapalorcia - Relatore Caputo

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